23 MAGGIO 1992: L’ITALIA CHE AMA FALCONE. DA MORTO.

Il ricordo di Giovanni Falcone è un falso. Uno sfregio. Il 23 maggio, nell’anniversario della sua morte, la commemorazione ha l’odore melenso del’indulgenza nazionale. “L’eroe”, dice Mattarella. A ruota, Matteo e tutto il circo. La litania va avanti inesorabile: la campagna elettorale, dalla Campania al Veneto, è sacra. Ci raccontiamo il martirio, ci vomitiamo addosso citazioni, pensieri e mai la verità.

Di quegli anni, di quell’Italia non vogliamo saperne: troppe ferite, troppo sangue. Attesa la nostra insofferenza verso le commemorazioni di Stato, a prescindere da colore,tema ed annata, sentiamo la necessità di raccontare l’altra messa, l’ennesimo squarcio di un velo ridotto a strofinaccio di legalità: Falcone eroe? Da morto, forse.

Persino Leonardo Sciascia, nel gennaio del 1987, sulle pagine del Corriere della Sera, inveisce contro i “Professionisti dell’antimafia”, aprendo inconsapevolmente la strada alla più indecorosa campagna di delegittimazione della nostra storia:Falcone e Borsellino iniziano a morire lì, lentamente, giorno per giorno, sospetto dopo sospetto, calunnia dopo calunnia. Non antimafiosi contro mafiosi, non puri contro impuri: il 23 maggio deve allora essere il giorno in cui abbiamo tutti il coraggio di osservare la realtà da un punto di vista più laico, perché in quei momenti, in quegli anni, per quei magistrati inizia la stagione dei veleni, delle lotte intestine nel Csm, delle umiliazioni pubbliche, delle vergognose assenze dello Stato. Antimafia contro antimafia, dunque.

“Questo è il Paese felice in cui se ti mettono una bomba sotto casa e la bomba, per pura fortuna, non esplode, la colpa è tua perché non l’hai fatta esplodere.” Eccolo il pensiero di Giovanni Falcone dopo il 21 giugno 1989. Si salva per miracolo: è nel piccolo borgo marinaro dell’Addaura con sua moglie, per lavorare con maggiore tranquillità. Sono le 7,30 e gli agenti della sua scorta rinvengono sulla scogliera una borsa sportiva contenente una cassetta metallica, al cui interno ci sono ben cinquantotto candelotti di dinamite. Ma non esplodono: Falcone si salva, è vivo.

Ed allora il sospetto, l’anticamera della calunnia: lo pensano tutti, fuori e dentro ai partiti, fuori e dentro al Csm. L’attentato è una balla, dicono. Si è piazzato la bomba da solo per fare carriera, affinchè finalmente il Csm lo nomini procuratore aggiunto della Repubblica di Palermo. Riecheggiano le lettere anonime che da mesi circolano nei palazzi di giustizia: gli scritti del “corvo.” Falcone stesso racconta al giornalista Ciccio La Licata le trame nascoste dell’antimafia, le sottili menzogne: l’attentato doveva servire a dare credito alle lettere. “ Si voleva far credere che ero stato un giudice scorretto e schierato dalla parte dei pentiti Contorno e Buscetta e avevo meritato l’omicidio, che sarebbe stato giudicato naturale agli occhi della pubblica opinione. Me l’aspettavo, era nell’aria, sono da tempo nella lista nera, e non nelle ultime posizioni. Per colpirmi, per decidere di colpirmi, per dare via libera agli esecutori, occorrevano due pre-condizioni, un contesto e le informazioni.(…) Ormai da mesi Falcone è superato, non solo nei salotti di Palermo, ma anche nei palazzi; Falcone è rimasto fermo a Buscetta o a quelle rivelazioni; dicevano che Falcone fa archeologia giudiziaria, insegue le ombre di una mafia che non c’è più. Ma non si diceva soltanto questo. Non si possono contare gli scritti anonimi che da Palermo risalivano l’Italia fino al Quirinale, ai segretari dei partiti, alle direzioni dei giornali di opinione. Falcone? Ma si è allineato per amore di carriera. Falcone? Pci, stai attento, è l’uomo di Violante. Falcone? Dc stai attenta, è una quinta colonna del Pci. Questo immenso lavorio sotterraneo aveva l’obiettivo di indicarmi alle istituzioni come un giudice inaffidabile, bisognava sbarrare la strada alla consapevolezza che Falcone non farà mai della funzione uno strumento di lotta politica. Gente in buona fede c’è perfino caduta e ha finito con il dubitare, sospettare, distinguere.”

I filmati di repertorio, le interviste, i giornali di quei giorni raccontano della solita Italia, di quei gattopardi pronti a tornare alla stazione di comando, inafferrabili ed invincibili. Giovanni Falcone lo sa che è morto, ben prima dell’inizio della stagione stragista. E lo sa anche Paolo Borsellino: “Convinciamoci tutti di essere dei morti che camminano”, dice anni prima Ninnì Cassarà all’amico Paolo, mentre si recano sul luogo dell’omicidio del commissario Beppe Montana.

Ed allora è necessario ricordare la natura paludosa delle verità che ruotano intorno alla loro vita lavorativa durante e dopo gli anni del maxi processo. Al netto della campagna elettorale, al netto della balle che ci sentiamo raccontare, tarando le inettitudini e le immancabili mancanze, rimane solo quanto ha dichiarato Matteo nell’unico momento di “vita elettorale” trascorso insieme al candidato non candidabile De Luca: “La camorra si combatte con il lavoro.” Non basta. Serve memoria. Per i più giovani, per i meno interessati, per i non addetti. Occorre riportare al centro della vita pubblica il tema del contrasto culturale, prima che politico ed economico, alle organizzazioni criminali. Per questo va raccontato tutto: Falcone non è semplicemente l’eroe di Stato da idolatrare dopo essere saltato in aria. Il “Falcone morto” non deve più interessarci. Su quel cadavere dilaniato, in questi vent’anni, si sono avventati tutti: sciacalli e non.
La verità è che prima della morte, del contesto in cui questa è maturata, degli autori materiali e dei mandanti occulti, c’è stata la terra, ci sono stati gli uomini, c’è stato un Paese che ha guardato altrove, che ha isolato Falcone, che ne ha consentito un costante linciaggio, che ne ha permesso una sistematica delegittimazione.
In un altro paese, forse, non sarebbe successo. Questo va detto, scritto, urlato.
Per rispetto suo, e di noi stessi.

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MAGISTRATI A RESPONSABILITÀ LIMITATA: IL BUSINESS DEI “SIGNORI DEL CONCORSO”

Si può essere magistrati a 700 mila euro all’anno? Siamo partiti da questa banale domanda prima di analizzare “la macchina del concorso in magistratura”: un business che non conosce crisi. Bellomo, Caringella, Santise, Galli, Giovagnoli: ecco alcuni nomi dei “Signori del Concorso.

Anche quest’anno, con un concorso a 340 posti, gran parte dei vincitori proverrà dai loro corsi, avrà seguito le loro lezioni, avrà studiato dai loro manuali: si tengono il 7, l’8 ed il 10 luglio le tre fantomatiche prove scritte in diritto civile, penale ed amministrativo, che sono, però, solo la parte finale di un percorso estremamente lungo e complesso. Abbiamo spulciato tabellari, strampalati codici etici e comportamentali, quote di iscrizione e corsi online: intorno al concorso in magistratura girano tanti, tantissimi soldi.
Tutti i magistrati, dunque, possono permettersi questo secondo lavoro di lusso? No. I magistrati ordinari, in linea teorica, non possono tenere corsi di specializzazione e formazione di tal genere, essendo presenti all’interno delle commissioni di concorso: una prateria, quindi, si è aperta per i giudici amministrativi. E non è un caso, dunque, che molti abbiano fatto il salto, da giudici ordinari ad amministrativi: prima giudici civili, giudici penali o sostituti procuratori, poi Tar e, a volte, Consiglio di Stato. Stipendi alti, tra i più alti che si registrano all’interno dell’amministrazione pubblica, dunque: come scrive da anni Alessio Liberati, “il Consiglio di Stato è forse la casta più potente e meno conosciuta d’Italia”, dove funzioni amministrative, giudiziarie, legislative e politiche si concentrano, si sfiorano, si sovrappongono pericolosamente, in barba alla separazione dei poteri. In questo calderone, in questo tritatutto scriteriato del quale nessuno scrive e nessuno parla, i “Signori del concorso” hanno capito che “l’education 2.0”, rigorosamente a pagamento, è la panacea di tutti i mali, il rimedio unico ad ogni disfunzione del sistema universitario: i numeri, d’altra parte, danno loro ragione. Business, pura impresa: la preparazione dei futuribili magistrati è un segmento dell’attività imprenditoriale di quelli che, è bene ricordarlo, sono dipendenti dello Stato.
Pioniere del ramo, tra Roma e Napoli, è certamente Rocco Galli, con oltre tremila ex allievi che, ad oggi, sono divenuti magistrati ordinari: la RoccoGalli Srl chiede 400 euro a bimestre per la partecipazione al corso. Francesco Bellomo, invece, è un giurista di nuova generazione: è stato prima sostituto Procuratore della Repubblica, poi è passato al Tar ed infine è approdato al Consiglio di Stato per concorso. Tiene corsi di formazione a Roma, Milano e Bari. La quota di iscrizione è di 242 euro, con un corso, della durata di nove mesi, dal costo trimestrale di 1952 euro, Iva inclusa. Il criterio di ammissione è puramente temporale: tutto dipende dall’ordine cronologico di iscrizione, dato che tutti i corsi sono a numero chiuso. Massimo 60 membri, mentre solo a Roma si arriva ai 100 iscritti. Di regola, il corso costa annualmente circa 6000 euro al singolo concorsista, al netto dei manuali e dei codici: per la sua Diritto e scienza Srl, facendo due conti, l’incasso lordo è di circa 1milione e 300mila euro complessivi.
Francesco Caringella, invece, è diventato il più giovane Presidente di sezione del Consiglio di Stato, oltre che un apprezzato scrittore: dirige corsi di formazione a Roma, Milano, Cagliari, Reggio Calabria, Palermo, Padova, Ancona, Catania. Costi? 50 euro l’iscrizione, con una quota bimestrale di 400 euro, Iva inclusa. Accademia_juris¬_il_diritto_per_ concorsi è una Srl unipersonale: pagamento rapido ed indolore. Altro illustre consigliere di Stato, che si divide tra Roma, Bari e Milano per i suoi corsi di formazione, è Roberto Giovagnoli: ITA SRL è un’ altra società di “education 2.0”. Il prezzo è di 680 euro a bimestre, per un costo complessivo superiore ai 3000 euro annui. Si occupa della formazione post universitaria anche Maurizio Santise, un tempo giudice ordinario, civile e penale, poi al Tar dal 2009. Presente anche a Milano, a Napoli il suo corso è, ad oggi, il più quotato: 150 euro di iscrizione, 450 euro a bimestre e lezione singola al costo di 70 euro. Oppure pagamento intero a 2000 euro. Tutto organizzato perfettamente in forma societaria: sempre a responsabilità limitata, come è ovvio. Nome nomen, “Il Diritto Srl.”
Quanti sono i laureati in giurisprudenza che, nel mare magnum del concorso in magistratura, sempre più capace di fagocitare tutto e tutti, si svenano alla ricerca dell’optimum, della preparazione migliore e dell’aggiornamento più aggiornato? Bellomo a parte, che elargisce sapere a numero chiuso, molti altri oscillano: dai 200 fino ai 400 giuristi. Questi, dunque, sono i numeri mostruosi del business dell’education 2.0 a fini concorsuali. Volendo utilizzare come parametro il bacino di utenza napoletano, il corso costa annualmente 2400 euro, compresa l’iscrizione. Con un calcolo approssimato per difetto, possiamo dire che, solo a Napoli, la gestione del post laurea frutta, al lordo, oltre 700mila euro. A questo, ovviamente, dobbiamo aggiungere il peso specifico, in termini economici, delle doppie, triple e quadruple sedi sparse per lo stivale: oltre lo stipendio già considerevole, o di magistrato amministrativo o di consigliere di Stato, dunque, si può “arrotondare” con questo secondo lavoro di lusso.
I Signori del concorso, ormai, si fanno concorrenza tra loro, si scannano sui piani tariffari come banali operatori di telefonia mobile: sanno, in fondo, di non avere nel settore pubblico, soprattutto nell’Università pubblica, una valida alternativa. Sono i padroni, per larga parte, dunque, della formazione dei neo laureati: le Sspl pubbliche, infatti, funzionano per davvero? Prendiamo ed esempio quella della Federico II, a Napoli: da anni si va avanti alla rinfusa, con il numero di posti a disposizione cronicamente superiore al numero delle richieste. Risultato? Chi fa domanda, entra. Garanzie di una adeguata offerta didattica ai fini del concorso? Zero, o giù di lì. L’introduzione del tirocinio, ovviamente non retribuito, presso i tribunali, le corti d’Appello o i Tar? Utile, ma non basta. Nemmeno le Sspl private, da sole, offrono le necessarie garanzie: ed allora servono loro, i “Signori del concorso.”
Il sistema concorsuale, ad oggi, è una gallina dalle uova d’oro: il numero di coloro che tentano i concorsi pubblici aumenta anno per anno, così, i corsi di formazione garantiscono introiti senza precedenti. Società a responsabilità limitata: impresa, business. Come mai nessuno ne parla? Possibile che vi sia tale discrasia tra magistratura ordinaria ed amministrativa? Ed ancora, quanto incide questa commercializzazione del concorso sul profilo dei futuri magistrati? I giovani candidati hanno ben poche responsabilità: il percorso descritto, come abbiamo detto, è pressoché obbligato. La domanda che ci poniamo, dunque, è tremendamente semplice e squisitamente di “opportunità” : a queste cifre, e con questi introiti, si può essere ancora magistrati? O si è altro?

TERRORISMO A NAPOLI: LA POLITICA DI PREVENZIONE DELLA CAMORRA

Quanto terrorismo abbiamo in casa nostra? Non poco. Napoli ed i terroristi islamici, infatti, si conoscono da tempo: già nel 2004, l’allora Procuratore nazionale antimafia, Pier Luigi Vigna, non ebbe dubbi sul fatto che ci fossero “camorristi in rapporti economici con i terroristi islamici.”

A dieci anni da quelle dichiarazioni, con uno scenario internazionale,se possibile, ancor peggiore di allora, svariate inchieste della procura napoletana , coadiuvata da Ros e Digos, hanno comprovato che Napoli è divenuta la più importante centrale europea per la creazione e la distribuzione di documenti falsi. Come ha dichiarato Michele Del Prete, magistrato della Dda di Napoli, nel capoluogo campano è passato uno dei terroristi legati all’attentato di Madrid: “Fu fermato insieme ad alcuni camorristi dei clan di Secondigliano poco prima della tragedia. Era in possesso di una patente italiana falsificata, utilizzata per viaggiare tranquillamente tra Italia e Spagna.” Non solo, proprio a Napoli abbiamo avuto il primo collaboratore di giustizia (anche se sul piano tecnico non è qualificabile come tale) tra gli affiliati ad un gruppo terroristico legato ad Al Qaeda: “Il suo contributo è stato fondamentale, perché ci ha permesso di ricostruire, dall’interno, una serie di caratteristiche delle organizzazioni terroristiche aventi base in Italia. Ha spiegato, ad esempio, che in una delle moschee napoletane esisteva un consiglio ristretto, che di fatto discuteva i finanziamenti ai gruppi terroristici. I fondi venivano raccolti soprattutto attraverso i contributi dei fedeli e dei commercianti”, ha spiegato il magistrato della Dda. Le organizzazioni criminali nostrane sono sempre più presenti nel villaggio globale: è stato accertato che i clan locali, oltre che le ‘ndrine calabresi, finanziano diversi gruppi terroristici attraverso il commercio di droga. Business 2.0, come avveniva nei balcani anni fa con le armi.
I documenti? Falsi si, ma fino ad un certo punto. La fonte “Amir” del “Corriere della Sera”, ha raccontato ad Amalia De Simone il funzionamento nel dettaglio della macchina del “finto falso” made in Naples: “ Va detto che i documenti sono praticamente originali, perché provengono direttamente dai comuni e da altri enti dove corrompiamo dipendenti, vigili e poliziotti. Le carte di identità, per esempio, vengono compilate con nomi falsi, ma per il resto sono interamente originali.” Purtroppo, nemmeno le nuove carte di identità, studiate a fini anche antiterroristici, sembrano essere d’ostacolo alla falsificazione dei documenti: il criterio della “non falsificazione” è sempre lo stesso. Le carte sono comunali, mentre i chip sono creati dai falsari locali. Ad oggi, un terrorista che ha necessità di movimento, deve passare via Napoli, fare un sostanziosa incetta di documenti, e ripartire verso i lidi che contano. Piano tariffario? Una carta di identità, ad andarti male, costa 300 euro; un passaporto può arrivare anche a 3000 euro.
Siamo a rischio? No. O meglio, per ora no. Ma siamo utili, questo si. I succhi gastrici della nostra terra sono capaci di assorbire tutto ed il contrario di tutto. La poltiglia che lega Camorra e terrorismo non è un cocktail esplosivo, quanto piuttosto un do ut des degno della migliore tradizione italica. Se da un punto di vista culturale, Napoli ed i napoletani sono quanto di più tollerante esista nella penisola, su un piano economico le mafie 2.0 sono già oltre: anche i terroristi, per essere terroristi, trattano,pagano, vendono, si vendono, comprano e stringono accordi. Musulmani si, ma fessi no. È, in fondo, un’abile politica di prevenzione, quella posta in essere dai clan: sul medio lungo periodo si può tentare la strada del collaborazionismo bilaterale. Ti servono documenti, nascondigli, medici compiacenti, funzionari a disposizione? Non ti resta che pagare la “Camorra service.” Mafia? Un tempo, forse. Oggi è politica della prevenzione: siamo al sicuro, per fortuna. Napoli è terra di camorra, abituata a trattare. Con tutti, terroristi compresi.
L’Isis è già qui, dunque? Lo scorso 4 giugno, una piccola statua di Padre Pio viene decapitata. Lo notano i bagnanti presso il lido “La Rotonda”, a Castellammare di Stabia. La testa del Santo, come riportano i giornali locali, financo il Mattino, viene ritrovata ai piedi della statua. Blasfemia o incidente? Un maldestro o qualche terrorista internazionale annidato tra i ragazzi di colore ospitati in hotel a pochi chilometri dal fattaccio? Qualche giornalaio azzarda: “Che si indaghi sui clandestini presenti in zona”, scrivendo con la solita sicumera. “I Pulitzer de no antri”, ad oggi, scavano ancora alla ricerca della verità: i terroristi stiano sereni, con noi sono in una botte di ferro.

Gli Organismi Democraticamente Modificati ed il voto a cinque stelle

Sembra passato un secolo, ma non è così: “Fascisti”, strepitavano. L’approdo in Parlamento del Movimento Cinque Stelle, da sinistra, venne categoricamente bollato e derubricato in quota imbecillità, grettezza, ignoranza. Il Pd compatto, per quanto possibile, ci ricordava un giorno sì e l’altro pure che il totalitarismo 2.0 aveva le fattezze del blog, la barba di Beppe Grillo e, soprattutto, la parrucca di Casaleggio. E’ bastato, dopo pochi mesi, vedere Casa Pound in piazza con la Lega del Matteo felpato, per ricordare a tutti come stavano realmente le cose. Eppure la sufficienza, l’arroganza, la superficialità con cui una certa “intellighenzia” tratteggia i contorni del voto “antipolitico” lascia esterrefatti: cretini, gli altri; menti finissime, loro. Sappiamo bene, però, che questo atteggiamento, questo concepire perennemente la controparte come intellettualmente inferiore, è costato al Paese vent’anni, o quasi, di Berlusconi. Se censire il bacino elettorale del Movimento è impossibile, non lo è altrettanto ricordare quanto accaduto in Campania nelle ultime elezioni regionali: primo partito. Il mantra dei cinque stelle, da Di Maio in giù, è questo. Il Pd complessivamente ottiene meno consensi rispetto al 2010, nonostante Renzi e, soprattutto, Caldoro. A Napoli, poi, i pentastellati raccolgono in cifre assolute più voti degli avversari: sia a Bagnoli che a Fuorigrotta si è riscontrato un vero e proprio exploit del Movimento. E’ arrivato anche il primo sindaco a cinque stelle in terra campana: Rosa Capuozzo che, a Quarto, ha vinto il ballottaggio. Tutti fascisti? O tutti, citando B, coglioni?

Le responsabilità politiche del Pd campano, in tal senso, sono palesi: il partito è ancora a “porte chiuse”. Lo dimostrano le finte primarie; lo dimostra il “ritiro” del candidato renziano, Gennaro Migliore; lo dimostra la presenza ingombrante di Cozzolino; lo dimostra, infine, De Luca stesso: l’impresentabilità, a dire il vero, non è fatto di legge. Ma di opportunità politica, si. Eppure vecchie e nuove volpi democratiche hanno portato avanti la battaglia della vera, ultima frontiera della lotta politica: dalla questione morale, alla questione im-morale. Organismi democraticamente modificati, i piddini: abolizione dell’orrore del vitalizio (2.500euro mensili) ai consiglieri regionali? Abbandono “democratico” delle periferie? Riutilizzo dei beni confiscati alla camorra?  Chi lo dice fa antipolitica. Si, perché il grillino “è moralista, è fesso, è ignorante.” Non conosce, non discute, non dialoga. Non tratta, soprattutto. Moralisti i grillini o il problema esiste per davvero? L’intellighenzia, sul punto, tace.

Ed allora, per i democratici, storicamente moralisti con il culo degli altri, non c’è niente di peggio che il voto grillesco, bollato come un po’ insensato, un po’ disinformato e certamente di protesta. Ma le ragioni del voto, per quanto molteplici, per quanto variegate, sono manifeste: gli under trenta,in Campania come ormai in gran parte d’Italia, votano Cinque Stelle. Questo è un dato di fatto. E , fin quando le primarie democratiche continueranno ad essere uno strumento nelle mani dei potentati locali, non svolgendo quello che è il loro naturale compito, persino le folli parlamentarie on line sembreranno essere qualcosa di più serio, più onesto, più dignitoso.

Ridurre il voto a cinque stelle alla mera logica antipolitica, considerare il Movimento alla stregua di una tribù settaria e minoritaria è un errore politico, prima che culturale: se i giovani vanno al seggio, al netto delle immense percentuali di astensione, in gran parte c’è lo zampino dei pentastellati. E se dopo cinque anni di non governo targato Caldoro, il Pd non riesce che a candidare De Luca, zavorrato da un macroscopico deficit di legittimazione politica, in termini di opportunità e tempistiche, davvero ci si può permettere il lusso di  provare meraviglia per la crescita del Movimento Cinque Stelle? La verità è che in determinate fette di Campania, ci sono solo loro, e ci sono da tempo: meetup, gruppi sul territorio, campagne elettorali fatte nei condomini dell’agro aversano o dell’hinterland napoletano. A costo zero, o quasi. Il che, dati i tempi, non guasta. La politica giovanile, poi, rappresenta la feritoia attraverso la quale è possibile osservare concretamente lo smottamento di prospettive: ancora una volta la provincia ci dice con precisione quello che sta avvenendo, perché i partiti tradizionali, elezione dopo elezione, sono morti. Ed i giovani reclutati da questi pseudo uffici di collocamento sono palliducci.

Il tentativo sublime ed incestuoso non è il dialogo, ma la conversione. L’intransigenza scambiata per poca furbizia è la sintesi perfetta di un’incomunicabilità voluta, cercata, ostentata. Da entrambe le parti. Eppure è proprio a livello giovanile che si potrebbe tornare a discutere di cose,idee,progetti. Non di cariche, non di elezioni, non di culi e di poltrone. L’infantilismo politico mostrato dal gruppo direttivo dei cinque stelle negli scorsi anni, vedi la partita del Quirinale che portò alla rielezione di Napolitano, ci dice anche questo: dal punto di vista politico manca una generazione capace di dialogare su temi di prospettiva, di raccordo. Cosa potrebbe rappresentare un primo terreno di incontro tra forze riformiste e Movimento? La gestione dei fondi europei, ad esempio, invertendo la rotta dopo il disastro degli ultimi anni; e il riutilizzo dei beni confiscati alla camorra, ricordando che la Campania è, dopo la Sicilia, la regione italiana con il maggior numero di beni ed aziende sotto sequestro o confisca.

Elogio del razzismo (che non c’è)

Allarmisti, sinistrosi, pensatori part time, intellettualoidi a tempo determinato: un coro unanime pronto a dirci come comportarci, cosa pensare, cosa millantare e cosa altro tacere. “Razzisti!”, questo siamo noi italiani. Di fronte alle emergenze, o meglio alle cicliche istanze inevase, ci autobolliamo per quello che non siamo, anzi, per quello che non siamo mai stati. L’antirazzismo italiota procura danni: è incolto, impreparato, rifiuta la narrazione del presente perché non ricorda il passato. Coglie quello che non c’è, descrive quello che non esiste, elabora ciò che non ha sovrastrutture:  in nome di quale razza saremmo razzisti, noi italiani? Domanda tabù nell’Italia antirazzista che lotta contro il razzismo che non c’è.  Il coro, però, ci racconta nei dettagli la violenza, l’oblio xenofobo in cui siamo miseramente cascati: la verità, la sola, è che l’Italia razzista non lo è culturalmente, politicamente, storicamente. Per instillare i germi della discriminazione razziale è stata necessaria un vergognosa legge, quella del 1938, tra l’altro largamente disattesa. C’è voluto il fascismo, c’è voluta l’ultima ed insensata fase del Ventennio mussoliniano. Camice nere, insomma. Non verdi.

Ma gli antirazzisti da riporto, quelli dall’accoglienza facile, solidaristici di professione e per bandiera, hanno capito tutto e prima di noi altri: il razzismo italico, dunque, si annida tra la sicumera di questi scopritori dello scoperto e i gangli del pressapochismo tipicamente nostrano. Il buon senso, figlio disconosciuto di un Paese incapace di ricordare, è intrappolato negli interstizi più nascosti del politicamente corretto. Se c’è un popolo “bastardo”, un popolo figlio di incroci, viaggi, miscugli quello è certamente il nostro. Il passato insegna, se non dimenticato: Roma, è vero, ha perseguitato gli ebrei. Uno degli scherzi più beffardi della nostra storia, però, ci ricorda che quella persecuzione non fu su base razziale, ma religiosa: l’Impero perseguitò gli ebrei non perché ebrei, ma in quanto “cristiani.” Tutto ignorato, tutto cestinato per lasciare spazio al blocco antirazzista 2.0: paraculeria in salsa italica, la diagnosi.

Episodi disdicevoli, di intolleranza e rifiuto dello straniero ci sono stati, ci sono e ci saranno. Inutile sostenere il contrario. Eppure non siamo di fronte, come pure viene biecamente propagandato, ad una deriva razzista: certe affermazioni e diverse prese di posizione non sono bollabili come razzismo. Sono piuttosto sintomo di rozzezza, di scarsa cultura, di chiusura tribale nel proprio sottogruppo, locale o familiare che sia. “Rozzismo”, come scrive Veneziani. Tra l’aumento di tali episodi, però, e la diffusione del verbo del politicamente corretto c’è un nesso: l’ennesimo autogol di una partitocrazia  e di una “macchina del purismo” incapace di pensare e governare la complessità dei problemi legati all’immigrazione. Pensare che il Veneto abbia votato Zaia per bieca inciviltà e grettezza è un errore marchiano di cui, prima o poi, l’intero Paese pagherà il conto. C’è altro, ci sono esigenze, malcontenti, difficoltà reali delle persone reali. Quelle che lavorano e che hanno figli adolescenti, quelle stesse persone che, in provincia di Milano, Verona o Brescia, dopo le ore 20, per le strade della propria città preferiscono non camminare più. Problema del profondo nord? Occhio, non è del tutto vero: a Castelvolturno come a Mondragone, ad esempio, gli antirazzisti dove sono? Ci hanno mai messo piede? Con ogni probabilità, no. La strategia politico culturale dello schieramento antirazzista nega il problema, anzi lo capovolge: siamo noi italiani, dunque, a essere razzisti.

Crediamo che sia proprio l’incedere dell’antirazzismo fuori tema, tipico di una certa stampa e di una certa politica, a ingenerare pericolose reazioni, molto più dei tweet da caserma di Salvini: negare la necessità di limitare l’immigrazione clandestina, non tener assolutamente in considerazione dei disagi che questa comporta non fa altro che accrescere la paura della cittadinanza. Una paura che, non a caso, costringe costantemente  determinate fette di paese a votare sempre più una certa “destraccia”, piuttosto che un’insulsa sinistra. Una popolazione non pervasa di per sè da spinte xenofobe, ma indiscutibilmente insicura della propria vita, preoccupata dal proprio contesto sociale e da quella sensazione di essere “soli ed indifesi.” Tutto, ovviamente, viene ingigantito da chi su tali problemi specula per puri fini elettorali, come la Lega o Fratelli d’Italia. Eppure la paura c’è, è reale ed è diffusa.

E’ nella natura umana preoccuparsi innanzitutto di chi è parte della nostra vita e in un secondo momento di chi viene da lontano: “E’ naturale che un uomo tenga più a suo figlio, a sua madre, poi ai suoi concittadini e dopo a chi viene da lontano. Non possiamo colpevolizzarlo per questo, ognuno di noi ama le persone, non i generi; ama singoli, non l’Umanità ed è solidale a partire dalla prossimità. Si chiama prossimo proprio per questo, perché ti è più vicino, nella vita e nella morte, via via allargandosi all’estraneo.” Il paradosso dell’antirazzismo razzista è che il prossimo deve venire da lontano, deveraccontare altre storie. Altrimenti si fotta.  L’alterità è il valore, non un valore. Nessuno ricorda, oramai, che l’integrazione presuppone l’identità, non il suo annichilimento. Il solidarismo, che chiude gli occhi, nega il problema ed accoglie l’altro in quanto sempre e comunque concepito come “migliore”, è una iattura,  retaggio di un’impronta collettivistica e falsamente egualitaria. Una vera e propria baraccopoli ideologica issata lungo le rive del consenso, senza nessuna visione prospettica delle problematiche reali proprie dei fenomeni migratori. Tra spinte collettivistiche ed esigenze individualistiche, infatti, una politica capace di governare la complessità sceglierà tenendo conto della “contingenza”. Occorre, allora,  ritrovare nell’individuo-persona, e non nel solidarismo collettivizzante, lo snodo politico-culturale del nostro tempo.

Il “razzismo antirazzista”, dunque,è un sintomo acuto della nuova malattia di questo inizio secolo: un “politicamente corretto” incapace di decidere e votato all’inettitudine. “Razzisti!”, sbraitano i perbenisti italici. In un certo senso, nemmeno troppo figurato, l’antirazzista italiota ci riporta a quanto scriveva Longanesi di alcuni borghesi scampati al fascismo ed approdati, loro malgrado, alla tanto bramata repubblica: “Guardano l’infinito come le mucche guardano i treni che passano.” Mucche e treni, dunque: la perfetta sintesi dell’antirazzismo italico.

FEUDI DI SAN GREGORIO ED ANTONIO CAGGIANO: LA CAMPANIA VINCE ALL’OSCAR DEL VINO 2015

L’Oscar del Vino 2015, manifestazione tenuta lo scorso 6 giugno a Roma, promossa dalla Fondazione nazionale Sommelier e “Bibenda”, parla campano: due vittorie importanti, infatti, hanno l’inconfondibile sapore delle nostre vigne. Quasi cinquantamila i votanti: miglior spumante e miglior rosso, rispettivamente, il “Dubl 2011” dei Feudi di San Gregorio ed il Taurasi Vigna Macchia dei Goti 2010 di Antonio Caggiano.

Un’ulteriore conferma del grande lavoro fatto in questi anni da due dei principali viticoltori campani. La cantina dei Feudi di San Gregorio, fondata nel 1986 a Sorbo Serpico, si dimostra, ancora una volta, una delle maggiori espressioni della tradizione enologica meridionale, essendo riuscita negli anni, insieme agli altri principali marchi di eccellenza campani, a rilanciare ed imporre sul mercato vinicolo i vitigni nostrani: l’Aglianico, il Fiano di Avellino ed il Greco di Tufo.
Annata storica, quindi, anche per l’azienda fondata nel non lontano 1990 da Antonio Caggiano, da anni affiancato dal figlio Pino. Da una produzione di nicchia, sempre mirata a garantire l’alta qualità dei prodotti, l’azienda di Taurasi è diventata in breve tempo un assoluto riferimento: il Taurasi Macchia dei Goti 2010 rappresenta senza alcun dubbio la punta di diamante di un complesso aziendale capace di competere in un mercato, nazionale e internazionale, sempre più attento alla cultura enologica campana.
Due vittorie all’insegna del felice connubio che lega indissolubilmente tradizione e modernità, complessità e ricerca delle radici: la viticoltura campana rappresenta sempre di più un veicolo straordinario delle nostre risorse e delle nostre sconfinate bellezze. La riscoperta dell’Irpinia, del suo immenso patrimonio paesaggistico ed ambientale, è certamente dovuto a questi nuovi vecchi maestri. La viticoltura esprime, ad ora, una delle più interessanti prospettive culturali ed economiche della nostra terra.